di Davide Salerno

Prologo

 

Prima di iniziare questo viaggio nel tempo, è doverosa una premessa.

Alcuni lettori più attenti noteranno che, di tanto in tanto, nel corso di questo romanzo compaiono termini e concetti scientifici che non appartengono all’epoca in cui la storia è ambientata. È vero. È una licenza letteraria consapevole e, mi permetto di dirlo, necessaria.

La natura di questo libro, infatti, non è solo quella di raccontare un’avventura nel passato, ma anche quella di introdurre e divulgare concetti scientifici, insieme ad alcune mie riflessioni personali, attraverso la forma più antica e universale del mondo: il racconto.
Un romanzo permette di alleggerire idee complesse, di renderle accessibili, di farle respirare.
Per questo motivo mi scuso, fin da ora, per ogni inevitabile anacronismo linguistico o concettuale: non ho potuto — né voluto — modificarlo.

I manuali non scritti della narrativa popolare dicono che un romanzo funziona se contiene le famose “3 S”: Sesso, Soldi, Sangue.
Io ho preferito prendere un’altra strada e sostituirle con le “3 A”:
Amore, Avventura, Azione.
Ma se proprio ci tenete, le  “3 S” le possiamo reinterpretare a modo mio: Storia, Scienza e Spiritualità.

Il risultato è un racconto che mescola fantasia e rigore, emozione e conoscenza, senza la pretesa di essere un documento storico, ma con il desiderio sincero di accompagnare il lettore in un viaggio piacevole, stimolante e — spero — sorprendente.

È, in definitiva, un romanzo.
E come tutti i romanzi, chiede solo un po’ di comprensione e di complicità.

Grazie e buona lettura.

                                     D. Salerno

 

Capitolo I — Il fuoco della conoscenza

Il crepitio del fuoco si mescolava al clangore delle spade e alle urla disperate. La Biblioteca di Alessandria era un labirinto di fumo e fiamme, un colosso di sapere che stava crollando sotto il peso della guerra. Fuori, le truppe di Aureliano si scontravano con i soldati di Zenobia in una battaglia feroce, e all’interno, tra scaffali millenari e rotoli preziosi, il caos non lasciava scampo.

Matereo correva lungo un corridoio laterale, la tunica stretta sul volto per filtrare il fumo. Conosceva bene quei passaggi: aveva studiato tra quelle pareti per anni. Ora, vedere la Biblioteca così ridotta era come assistere alla lenta agonia di un essere vivente.

Le colonne di pietra tolemaica, le nicchie intarsiate e i pavimenti in marmo lucido — che un tempo riflettevano la luce dorata delle lampade ad olio — erano avvolti da una nebbia densa e scura. Le mensole di legno di cedro ardevano come torce, e i rotoli, ordinati con cura secolare, si accartocciavano al calore come foglie d’autunno.

Su ogni parete, tavolette in greco e latino indicavano le sezioni: astronomia, filosofia, medicina, geografia. Era la mappa del sapere umano. Matereo rallentò un istante, colto da una vertigine improvvisa: non erano solo libri a bruciare, ma la memoria stessa delle civiltà. Secoli di pazienza e ingegno svanivano in un unico, immenso rogo.

Un tonfo lo strappò ai suoi pensieri: una scaffalatura cedette, incendiando decine di rotoli. Le fiamme si arrampicarono veloci, quasi consapevoli, e lui si gettò oltre i detriti, deciso a raggiungere la sala degli scrivani.

In fondo al corridoio, oltre una doppia arcata annerita dal fumo, vide una figura curva e immobile: un vecchio scrivano, con la barba bianca incrostata di fuliggine, frugava tra i cassoni di pergamene. Tossiva, ma non si muoveva.

«Maestro! Dobbiamo fuggire!» gridò Matereo, raggiungendolo.

Il vecchio scosse il capo con lentezza. Nei suoi occhi ardeva una fiamma più forte di quella che divorava le pareti.
«Ascoltami, ragazzo…» disse con voce roca. «I miei avi trassero in salvo questo manoscritto già durante il primo incendio… quello causato da Cesare, quando le sue navi in fiamme incendiarono il porto e le fiamme si spinsero fin qui, nella parte esterna della Biblioteca. Mio padre mi raccontava che allora molti testi andarono perduti, ma alcuni furono nascosti, protetti da chi rischiò la vita per salvarli. Questo rotolo è uno di quelli. È rimasto celato per secoli… e io non posso fuggire ora, non dopo tutto ciò.»

Per un istante, Matereo rivide nella mente i racconti uditi da bambino: il porto avvolto dalle fiamme, il cielo annerito dal fumo, i soldati di Cesare intenti a bruciare le navi nemiche per impedirne la fuga. Nessuno aveva previsto che il vento avrebbe spinto il fuoco verso la costa, trasformando la più grande riserva di sapere del mondo in una fornace. Allora, come oggi, uomini anonimi avevano sfidato la morte per salvare la conoscenza.

«Vieni con me!» insistette Matereo, ma il vecchio rimase fermo, le mani tremanti appoggiate sul cassone. Un attimo dopo, una trave infuocata precipitò dall’alto, travolgendolo in una pioggia di scintille. Matereo fece un passo indietro, attonito.

Il cassone, protetto da una trave obliqua, era ancora intatto. Dentro, tra rotoli anneriti, uno soltanto era avvolto in cuoio inciso con simboli geometrici sconosciuti.

Matereo si fermò, combattuto tra la salvezza e il dovere. Alle sue spalle, la via di fuga si faceva ogni istante più pericolosa. Davanti a lui, quel manoscritto rappresentava secoli di sapere sopravvissuto due volte al fuoco.
Inspirò profondamente, poi serrò i denti e corse verso il cassone.

Una trave cadde a un soffio da lui, il pavimento tremò, ma raggiunse il manoscritto, lo afferrò e se lo strinse al petto. Un boato tremendo annunciò il crollo della cupola principale. Matereo si gettò dietro una colonna spezzata, proteggendo il rotolo con il corpo.

«Non morirò qui… non oggi…» sussurrò.

Si rialzò, corse tra i detriti e imboccò un passaggio secondario, un corridoio di servizio che conosceva fin da ragazzo. Saltò tra i pilastri crollati, evitò macerie incandescenti, e infine raggiunse l’uscita orientale.

Una folata d’aria fresca lo investì. Dietro di lui, la Biblioteca di Alessandria bruciava come una costellazione che si spegne.
Matereo si voltò, stringendo il rotolo con forza.
«Non tutto andrà perduto» mormorò.

Barcollò all’esterno, tossendo, il volto rigato di fuliggine e sudore. Alle sue spalle, la Biblioteca era ormai un’enorme torcia che illuminava il cielo notturno. Le urla si confondevano con lo sferragliare delle armi e il nitrito dei cavalli. Non c’era tempo per riprendere fiato.

Si strinse il manoscritto al petto e s’incamminò verso un vicolo laterale, deciso a raggiungere il porto e confondersi tra la folla dei fuggiaschi. Ma non fece in tempo a percorrere dieci passi che un bagliore metallico catturò la sua attenzione.

Cinque soldati, armati di lance e spade, avanzarono compatti nella sua direzione. Erano legionari di Aureliano: corazze lucenti, elmi crestati, i mantelli rossi agitati dal vento caldo dell’incendio. Il primo lo aveva già notato e indicava Matereo con la punta della lancia.

«Lì! Fermatelo!» gridò in latino.

Il cuore di Matereo esplose nel petto. Guardò attorno: nessuna via di fuga evidente, nessun riparo solido. Alle sue spalle, le fiamme divoravano ogni possibilità di ritorno; davanti a lui, la pattuglia stringeva la formazione, pronta a bloccarlo.

Stringendo il rotolo contro il torace come fosse un amuleto, fece un passo indietro. Il pavimento era cosparso di macerie incandescenti. Il tempo rallentò: ogni rumore, ogni scintilla, ogni battito sembrava amplificato.

Il soldato più vicino sguainò la spada. Il metallo rifletté per un istante la luce del fuoco, come un presagio.

Fu in quel preciso istante, sospeso tra la fuga e la morte, che la storia di Matereo aveva iniziato davvero il suo cammino…